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Parole di vita

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    Capitolo 27: La vera ricchezza

    Chi è il mio prossimo? Per gli Ebrei questo interrogativo era motivo d’interminabili discussioni. Non nutrivano alcun dubbio sui pagani ed i Samaritani, che consideravano stranieri e nemici. Ma dove tracciare una linea di separazione fra le varie classi sociali all’interno del proprio popolo? Per il sacerdote, il rabbino e l’anziano, chi era il prossimo? Essi passavano la vita in un susseguirsi continuo di riti purificatori, ritenendo che il contatto con la massa ignorante e trascurata fosse causa di una contaminazione di cui ci si poteva liberare non senza ardui sforzi. Dovevano considerare loro prossimo anche questi “impuri”?PV 262.1

    Gesù rispose a questo interrogativo con la parabola del buon samaritano, dimostrando che il prossimo non è necessariamente un membro della nostra stessa chiesa o comunità e non dipende dalla razza, dal colore della pelle o dalla classe sociale. Nostro prossimo è chiunque ha bisogno del nostro aiuto, chi è rimasto ferito o abbattuto dall’avversario, chiunque appartiene a Dio.PV 262.2

    Cristo raccontò questa parabola per rispondere alla domanda che gli aveva posto un dottore della legge. Mentre ammaestrava il popolo, “un certo dottor della legge si levò per metterlo alla prova, e gli disse:PV 262.3

    Maestro, che dovrò fare per eredar la vita eterna?” Luca 10:25. Erano stati i Farisei a suggerirgli questa domanda, nella speranza che Gesù commettesse un passo falso, e ora attendevano ansiosamente la risposta. Ma il Salvatore, invece di impegnarsi in un dibattito, chiese la risposta al suo interlocutore stesso: “Nella legge che sta scritto? Come leggi?” Luca 10:26. I Giudei continuavano ad accusare Gesù di non prendere abbastanza sul serio la legge del Sinai, ma Egli subordinò la salvezza all’osservanza dei comandamenti di Dio.PV 262.4

    Il dottore della legge rispose: “Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta l’anima tua e con tutta la forza tua, e con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso. E Gesù gli disse: Tu hai riposto rettamente; fa’ questo, e vivrai”. Luca 10:27, 28.PV 262.5

    La posizione ed il modo di agire dei Farisei avevano lasciato insoddisfatto quest’uomo. Egli aveva studiato la Scrittura perché voleva capirla veramente. L’argomento gli stava sinceramente a cuore quando chiese: “Che dovrò fare per eredar la vita eterna?” Nella sua risposta egli ignorò significativamente la massa di norme rituali e cerimoniali, non attribuendole alcun valore, ma citò piuttosto i due principi fondamentali su cui si fondano la legge e i profeti. Avendo elogiato questa risposta, il Salvatore si ritrovò in vantaggio sui rabbini che non potevano certo rimproverargli di aver approvato l’affermazione di un interprete ufficiale della legge.PV 263.1

    “Fa’ questo, e vivrai”, rispose Cristo. Nei suoi discorsi Egli sottolineava sempre l’unità della legge, dimostrando che è impossibile osservare un comandamento e violarne un altro in quanto il medesimo principio è alla base di tutti. Il destino umano dipende dall’osservanza di tutta la legge.PV 263.2

    Cristo sapeva che nessuno è in grado di obbedire alla legge con le proprie forze e voleva indurre questo dottore della legge ad una ricerca più critica e profonda fino a scoprire la verità. Solo accettando la virtù e la grazia di Cristo possiamo osservare la legge, solo credendo che Gesù ha espiato i nostri peccati l’uomo caduto è in grado di amare Dio di tutto cuore ed il prossimo come se stesso.PV 263.3

    Il dottore della legge aveva coscienza di non aver osservato né i primi quattro né gli ultimi sei comandamenti. Le penetranti parole di Cristo avevano messo a nudo la sua condizione, ma invece di confessare i propri peccati cercò di scusarli e di dimostrare quanto fosse difficile osservare i comandamenti. Sperava di nascondere di essere stato smascherato e voleva giustificarsi agli occhi della gente. Sebbene il Salvatore gli avesse dimostrato che la sua domanda era superflua — dal momento che lui stesso aveva fornito la risposta —, pose un nuovo interrogativo: “E chi è il mio prossimo?”PV 263.4

    Evitando nuovamente una controversia, Cristo rispose illustrando un episodio accaduto di recente e ancora fresco nella memoria degli ascoltatori: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’imbatté in ladroni i quali, spogliatolo e feritolo, se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”. Luca 10:30.PV 263.5

    Per andare da Gerusalemme a Gerico bisognava percorrere una parte del deserto della Giudea. Il cammino attraversava selvagge gole rocciose infestate da malviventi e spesso teatro di scene di violenza. Anche il viandante della parabola fu aggredito in questo punto, derubato di quanto possedeva e lasciato mezzo morto ai margini della strada. Un sacerdote si trovò a passare di là e vide il ferito immerso in una pozza di sangue, ma “passò dal lato opposto” senza prestargli soccorso. In seguito arrivò un levita il quale, curioso di sapere che cosa era accaduto, si fermò a guardare il malcapitato. Si rese subito conto del suo dovere, ma era un dovere poco gradito e desiderò non essere mai passato di là per non vedere quel disgraziato. Alla fine si convinse che il caso non lo riguardava e anche lui “passò oltre dal lato opposto”.PV 264.1

    Ma un Samaritano che passava dalla stessa strada lo vide e fece quello che gli altri non avevano voluto fare. Con tenerezza e bontà si prese cura dell’infelice: “Vedutolo, n’ebbe pietà; e accostatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra dell’olio e del vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo menò ad un albergo e si prese cura di lui. E il giorno dopo, tratti fuori due denari, li diede all’oste e gli disse: Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, quando tornerò in su, te lo renderò”. Luca 10:33-35. Il sacerdote ed il levita facevano professione di religiosità, ma il Samaritano diede prova di essere veramente convertito. Aiutare quello sciagurato era anche per lui un dovere poco piacevole come per il sacerdote ed il levita, ma col suo modo di pensare e di agire dimostrò di essere in armonia con Dio.PV 264.2

    Con questa parabola Cristo sottolineò i principi della legge in modo chiaro e stringente, dimostrando agli ascoltatori che in realtà non agivano secondo tali principi. Le sue parole erano così precise che nessuno degli ascoltatori — nemmeno il dottore della legge — trovava appigli per cavillare o criticare. Anzi i pregiudizi che quest’ultimo aveva contro Cristo erano spariti. Non era riuscito a vincere tuttavia il suo pregiudizio e la sua antipatia nazionale al punto da non chiamare il Samaritano per nome. “Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté ne’ ladroni?“: quando Gesù gli fece questa domanda egli rispose con un giro di parole: “Colui che gli usò misericordia”.PV 264.3

    “E Gesù gli disse: Va’ e fa’ tu il simigliante”. Luca 10:36, 37. Dimostra la stessa tenera bontà a quanti sono nel bisogno e adempirai veramente tutta la legge!PV 265.1

    Quello che separava profondamente gli Ebrei ed i Samaritani era la diversa concezione del culto. I Farisei non dicevano niente di buono dei Samaritani, anzi riversavano su di loro le peggiori maledizioni. L’avversione tra i due popoli era talmente aspra che la samaritana rimase stupita che Gesù le chiedesse da bere: “Come mai”, chiese, “tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?” “Infatti”, spiega l’evangelista, “i Giudei non hanno relazioni co’ Samaritani”. Giovanni 4:9. E quando, nel loro furore omicida contro Cristo, i Giudei si levarono un giorno nel tempio per lapidarlo, non trovarono parole migliori di queste per esprimergli il loro odio: “Non diciam noi bene che sei un Samaritano e che hai un demonio?” Giovanni 8:48. Nondimeno furono proprio il sacerdote ed il levita ad ignorare il comandamento divino dell’amor del prossimo, lasciando ad un odiato e disprezzato Samaritano il compito di soccorrere un loro connazionale.PV 265.2

    Il Samaritano aveva tradotto in pratica il comandamento “ama il tuo prossimo come te stesso”, dimostrando di essere più giusto di coloro che lo disprezzavano. Mettendo la propria vita a repentaglio, trattò il ferito come un fratello. Questo Samaritano rappresenta Cristo che ci ha trattati con un amore sovrumano. Quando eravamo feriti e morenti ha avuto pietà di noi, non è passato dal lato opposto della strada, non ci ha abbandonati, impotenti e disperati, in balia della morte. Non è rimasto nella sua dimora santa e felice, circondato dall’amore delle schiere celesti. Osservando la nostra dolorosa necessità, prese a cuore il nostro caso identificando i suoi interessi con quelli dell’umanità. Mori per salvare i suoi nemici e pregò per i suoi assassini. Mettendo in rilievo il proprio esempio Egli ricorda ai suoi discepoli: “Questo vi comando: che vi amiate gli unì gli altri”. “Com’io v’ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri”. Giovanni 15:17; 13:34.PV 265.3

    Il sacerdote ed il levita erano andati al tempio per il culto stabilito da Dio stesso. Parteciparvi rappresentava un grande privilegio, perciò essi pensavano che, dopo tanto onore, fosse umiliante per loro soccorrere un individuo ferito e sconosciuto, abbandonato ai margini della strada. Ignorarono l’occasione d’oro che Dio gli offriva di essere suoi strumenti di benedizione a favore di un loro simile.PV 266.1

    Anche oggi molti commettono un errore simile: distinguono due tipi di doveri, di cui il primo comprende tutte le grandi cose richieste dalla legge, mentre nel secondo rientrerebbero le cosiddette piccolezze per le quali ignorano il comandamento “ama il tuo prossimo come te stesso”. Abbandonano questo dovere al capriccio, all’inclinazione o all’impulso, rovinando cosi il carattere e dando una falsa immagine della fede cristiana.PV 266.2

    Alcuni pensano che sia umiliante per la loro dignità occuparsi delle sofferenze degli altri e osservano con indifferenza, se non con disprezzo, quanti hanno distrutto il tempio della propria anima. Altri trascurano i poveri per un motivo diverso: sono cosi impegnati — pensano — a realizzare qualche grande compito nella causa di Cristo che non possono fermarsi per prendersi cura dei bisognosi e degli afflitti. È possibile addirittura che, nel promuovere la loro presunta grande opera, opprimano i poveri, li mettano in situazioni insopportabili e ignorino i loro diritti e bisogni. Nondimeno essi continuano a illudersi che tutto questo sia giustificabile se contribuisce all’avanzamento della causa di Cristo...PV 266.3

    Molti stanno a guardare un fratello o un vicino dibattersi in circostanze avverse. Siccome essi si professano cristiani, quest’ultimo potrebbe pensare facilmente che il loro freddo egoismo sia un tratto del carattere di Cristo. Siccome molti sedicenti figli di Dio non collaborano con lui, il suo amore, che essi dovrebbero trasmettere, in gran parte non raggiunge affatto gli altri, e le lodi ed il ringraziamento a Dio che dovrebbero scaturire dal cuore e dalle labbra degli uomini, svaniscono nel nulla. Dio viene derubato della gloria dovuta al suo santo nome e delle anime per le quali Cristo è morto e che Egli vorrebbe portare volentieri nel suo regno perché vivano eternamente alla sua presenza.PV 266.4

    La verità divina ha poca influenza sul mondo mentre dovrebbe rivelarsi una grande potenza tramite il nostro modo di vivere. Abbonda la mera professione di fede, ma ha poco peso. Possiamo dirci discepoli di Cristo e affermare di credere in tutte le verità della Parola di Dio, ma questo non servirà al nostro prossimo finché non traduciamo la nostra fede nella vita di ogni giorno. Quel che professiamo può essere sublime come il cielo, ma non salverà né noi né i nostri simili se non siamo veri cristiani. Un buon esempio vale molto più di qualunque professione formale.PV 267.1

    Nessun modo egoistico di agire potrà mai servire la causa di Dio, che è quella degli oppressi e dei poveri. Ai sedicenti seguaci di Cristo manca la sua tenera simpatia e un amore più profondo per coloro che Egli ha ritenuto tanto preziosi da sacrificare la sua vita per loro. Queste persone valgono molto più di qualunque altra offerta che possiamo fare a Dio. Dedicare ogni energia ad un’opera apparentemente grande, trascurando i bisognosi e calpestando i diritti dello straniero, costituisce un servizio che Egli non approverà.PV 267.2

    La santificazione dell’anima da parte dello Spirito Santo si realizza quando riflettiamo in noi la natura di Cristo. La religione dell’Evangelo è questa: manifestare Cristo nella vita, applicare un principio vivente e attivo, è la sua grazia rivelata nel carattere e nelle buone opere. I principi evangelici non vanno separati da nessun aspetto della vita quotidiana. La vita di Cristo deve manifestarsi in ogni atto e in tutte le fasi della nostra esperienza religiosa.PV 267.3

    L’amore è la base della religiosità. Qualunque sia la nostra professione di fede, ameremo veramente Dio solo quando amiamo altruisticamente il fratello. Ma noi non acquisiremo mai questo spirito di carità cercando semplicemente di amare gli altri: abbiamo bisogno dell’amore di Cristo nel cuore. Quando Gesù assorbe l’io l’amore scaturirà spontaneamente. Raggiungeremo un carattere cristiano perfetto quando sentiremo il continuo impulso interiore ad aiutare gli altri e ad esser loro in benedizione, quando la luce celeste ci riempirà il cuore e si rifletterà sul viso.PV 267.4

    Chi ha Cristo nel cuore non può essere senza amore. Se amiamo Dio perché ci ha amati per primo, ameremo anche coloro per i quali Cristo è morto. Non possiamo essere in comunione con Dio senza avere comunione con gli uomini, dal momento che l’umanità e la divinità si fondono in colui che siede sul trono dell’universo. Se siamo uniti a Cristo saremo legati anche ai nostri simili dall’aurea catena dell’amore e nella nostra vita si manifesterà la sua pietà e compassione. Non attenderemo più che siano gli infelici ed i bisognosi a venire da noi, e non ci faremo pregare a lungo di fronte alle miserie altrui. Aiutare chi è nel bisogno e nella sofferenza ci riuscirà naturale come lo era per Cristo.PV 267.5

    Dovunque il cuore trabocca di amore e simpatia, quando si avverte il bisogno irresistibile di risollevare il prossimo e fargli del bene, è un segno dell’azione dello Spirito Santo. Perfino fra i pagani più ottenebrati c’erano uomini che, pur non conoscendo la legge di Dio né avendo mai sentito parlare di Cristo, trattavano con umanità i propri servi e mettevano a repentaglio la loro vita per proteggerli. Il loro modo di agire non rivelava che la potenza di Dio era all’opera? Lo Spirito Santo riempie della grazia di Cristo anche il cuore di un selvaggio, suscitando in lui una simpatia contraria alla sua natura e alle sue abitudini: “La vera luce che illumina ogni uomo” (Giovanni 1:19) gli illumina l’anima e lo guida, se egli la segue, fino al regno di Dio.PV 268.1

    La gloria del cielo consiste nel risollevare i caduti e consolare gli angosciati. Chiunque ha Cristo nel cuore farà altrettanto. Dovunque si manifesti, la religione di Cristo farà del bene e spanderà luce intorno.PV 268.2

    Dio non fa distinzioni di nazionalità, razza o classe sociale, essendo il Creatore di tutto il genere umano. Alla luce della creazione e della redenzione tutti gli uomini costituiscono un’unica famiglia e Cristo è venuto ad abbattere ogni muro divisorio e ha aperto ogni parte del tempio affinché tutti abbiano libero accesso a Dio. Il suo amore è così vasto e profondo da penetrare ovunque. Esso strappa agli artigli di Satana le anime sedotte e le spinge dinanzi al trono divino sovrastato dall’arcobaleno della promessa.PV 268.3

    In Cristo non c’è Giudeo né Greco, né servo né libero, perché tutti sono “stati avvicinati mediante il sangue di Cristo”. Galati 3:28; Efesini 2:13.PV 268.4

    Bisogna aiutare chi è nel bisogno anche se di fede diversa, anzi, proprio l’impegno personale caritatevole può fugare l’amarezza di sentimenti provocata da divergenze dottrinali. Un servizio affettuoso farà cadere i pregiudizi inducendo le anime a Dio.PV 269.1

    Simpatizziamo con le preoccupazioni e le difficoltà degli altri, condividiamo gioie e dolori di grandi e piccoli, ricchi e poveri! “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, ci esorta Cristo. Cfr. Matteo 10:8. Ovunque intorno a noi ci sono persone povere e provate dal dolore, bisognose di una parola di simpatia e di una mano d’aiuto, vedove che hanno bisogno di comprensione e soccorso, orfani che il Signore ci invita, quali suoi discepoli, ad accogliere come un sacro deposito e di cui troppo spesso nessuno si prende cura. Forse sono laceri, rozzi e di aspetto poco gradevole, eppure anche loro sono figli di Dio, comprati a caro prezzo e preziosi ai suoi occhi non meno di noi. Anch’essi sono membri della grande famiglia di Dio ed i cristiani, quali suoi amministratori, ne sono responsabili. “Io richiederò la loro anima dalle tue mani”, ci ricorda il Signore.PV 269.2

    Il peccato è il più grave di tutti i mali ed è nostro dovere compatire il peccatore e aiutarlo. Ma non possiamo raggiungere tutti nello stesso modo. Molti nascondono la loro fame di verità e trarrebbero un gran beneficio da una parola affettuosa che non li faccia sentire dimenticati. Altri si trovano nello stato più miserabile e non se ne rendono conto, non hanno coscienza della loro profonda degradazione morale. Quanti sono sprofondati nel fango del peccato al punto d’aver perduto il senso delle realtà eterne e la somiglianza con Dio! Non sanno più di avere un anima da salvare, non credono più in Dio né hanno fiducia negli uomini. Molti di loro potranno essere conquistati solo con atti di generosa bontà. Bisogna innanzi tutto prendersi cura delle loro necessità fisiche, dargli da mangiare, pulirli e vestirli decentemente, e quando vedranno queste dimostrazioni di carità disinteressata, troveranno più facile credere anche nella carità di Cristo.PV 269.3

    Tra quelli che si sono smarriti molti si rendono conto della loro follia e se ne vergognano. Hanno i loro errori continuamente dinanzi agli occhi e questa ossessione li spinge inesorabilmente alla disperazione. Non dobbiamo trascurare queste persone. Chi nuota contro corrente viene trascinato indietro dalla forza dell’acqua: porgiamogli una mano di aiuto, come fece Gesù quando Pietro stava affondando. Esprimiamogli qualche parola di speranza che susciti fiducia e amore.PV 269.4

    Il tuo fratello, malato spiritualmente, ha bisogno di te come anche tu in passato hai avuto bisogno dell’amore di un fratello. Ha bisogno dell’esperienza di qualcuno che abbia avuto le sue stesse debolezze e che gli possa offrire perciò simpatia e aiuto. Proprio la coscienza della nostra debolezza dovrebbe spingerci a soccorrere chi è in crisi e nell’angoscia. Non passiamo oltre alla vista di chi soffre, senza offrirgli la consolazione che anche noi abbiamo ricevuto da Dio!PV 270.1

    La comunione personale con Cristo, nostro Salvatore vivente, darà al cuore, alla mente e all’anima la forza di trionfare sui malvagi impulsi della natura umana. Raccontiamo allo smarrito della mano onnipotente che vuole sostenerlo, e che Cristo, nella sua infinita umanità, ha pietà di lui. Non deve limitarsi a credere nel diritto e nella forza, cose che non sentono la compassione e non odono le invocazioni di aiuto. Ha bisogno di aggrapparsi ad una mano benigna che lo sostenga e a fidare in un cuore affettuoso. Ricordiamogli continuamente che Dio è sempre presente, accanto a lui, e lo guarda con pietà e amore. Invitiamolo a pensare al Padre celeste, che si rattrista per il peccato ma continua a tenderci la mano e a invitarci benevolmente: “...mi si prenda per rifugio, ... si faccia la pace meco, ... si faccia la pace meco”. Isaia 27:5.PV 270.2

    Impegnandoti in questo compito avrai degli aiutanti invisibili all’occhio umano. Gli angeli celesti accompagnavano il Samaritano che si prese cura dello straniero ferito e assistono tutti coloro che sono al servizio di Dio e aiutano il prossimo. Cristo stesso, il Salvatore del mondo, collaborerà con te e sotto la sua guida vivrai successi inaspettati!PV 270.3

    Dalla tua fedeltà in quest’opera dipende non solo la prosperità degli altri, ma il tuo stesso destino eterno. Cristo vorrebbe stabilire una comunione con tutti coloro che sono disposti affinché siano uno con lui come lui lo è col Padre. Egli ci fa fare l’esperienza del dolore e della sciagura per strapparci al nostro egoismo, per sviluppare in noi gli attributi del suo carattere: compassione, tenerezza e amore. Accettando questo ministero di carità noi entriamo nella sua scuola e saremo preparati per il cielo e per l’eternità. Se invece lo rifiutiamo, rifiutiamo le sue lezioni e scegliamo la separazione eterna da lui.PV 270.4

    Il Signore promette: “Se tu cammini nelle mie vie, e osservi quello che t’ho comandato... io ti darò libero accesso fra quelli che stanno qui davanti a me” (Zaccaria 3:7), cioè fra gli angeli che circondano il suo trono. La nostra collaborazione con gli esseri celesti in quest’opera terrena ci preparerà ad avere comunione con loro un giorno nel cielo. Gli angeli celesti, “spiriti ministratori, mandati a servire a pro di quelli che hanno da eredare la salvezza” (Ebrei 1:14), daranno il benvenuto a chiunque ha vissuto in terra “non... per essere servito, ma per servire”. Matteo 20:28. In quella beata compagnia comprenderemo nella sua pienezza e con nostra gioia eterna il senso della domanda: chi è il nostro prossimo? PV 271.1

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