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Patriarchi e profeti

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    Capitolo 57: L’arca presa dai filistei

    La casa di Eli ricevette un altro avvertimento: Dio non poteva più comunicare con il sommo sacerdote e i suoi figli perché i loro peccati, come una fitta nube, avevano impedito la presenza dello Spirito Santo. Al contrario, il giovane Samuele, in quel periodo di decadenza generalizzata, rimase fedele all’Eterno. Proprio a lui l’Altissimo avrebbe rivelato il messaggio di condanna per la casa di Eli. “...La parola dell’Eterno era rara, a quei tempi, e le visioni non erano frequenti. In quel medesimo tempo, Eli, la cui vista cominciava a intorbidarsi in guisa ch’egli non ci poteva vedere, se ne stava un giorno coricato nel suo luogo consueto; la lampada di Dio non era ancora spenta, e Samuele era coricato nel tempio dell’Eterno dove si trovava l’arca di Dio. E l’Eterno chiamò Samuele...”. 1 Samuele 3:1-4. Supponendo di aver udito la voce di Eli, il bambino raggiunse rapidamente il sacerdote dicendo: “Eccomi, poiché tu m’hai chiamato. Eli rispose: “Io non t’ho chiamato, torna a coricarti...”. 1 Samuele 3:4. Samuele fu chiamato per tre volte e per tre volte rispose nello stesso modo. Eli allora capì che il misterioso appello proveniva da Dio; il Signore aveva ignorato l’uomo dai capelli bianchi, per rivelarsi a un bambino; quello era un amaro ma meritato rimprovero per Eli e la sua famiglia.PP 490.1

    Nell’animo di Eli non sorse nessun sentimento di invidia o gelosia; e nel caso in cui Samuele venisse chiamato ancora lo invitò a rispondere così: “Parla, o Eterno, poiché il tuo servo ascolta”. Quando Samuele sentì nuovamente il richiamo, rispose: “Parla, poiché il tuo servo ascolta”. Cfr. 1 Samuele 3:9, 10. Era così intimorito, al pensiero che l’Eterno gli parlava, che non riuscì a ricordare tutte le parole che Eli gli aveva ordinato di dire.PP 490.2

    “Allora l’Eterno disse a Samuele: Ecco, io sto per fare in Israele una cosa tale che chi l’udrà ne avrà intronati ambedue gli orecchi. In quel giorno io metterò ad effetto contro ad Eli, dal principio fino alla fine, tutto ciò che ho detto circa la sua casa. Gli ho predetto che avrei esercitato i miei giudizi sulla casa di lui in perpetuo a cagione della iniquità ch’egli ben conosce, poiché i suoi figli hanno attratto su di sé la maledizione, ed egli non li ha repressi. Perciò io giuro alla casa d’Eli che l’iniquità della casa d’Eli non sarà mai espiata...”. 1 Samuele 3:11-14.PP 490.3

    Prima di ricevere questo messaggio “...Samuele non conosceva ancora l’Eterno, e la parola dell’Eterno non gli era ancora stata rivelata” (1 Samuele 3:7); cioè non era abituato a una simile e diretta manifestazione della presenza di Dio, proprio come accadeva ai profeti. Il Signore aveva voluto rivelarsi a Eli, attraverso lo stupore e le domande di Samuele.PP 491.1

    Il pensiero di dover comunicare un messaggio così terribile aveva spaventato e meravigliato Samuele. Il mattino seguente il ragazzo svolse i suoi compiti quotidiani con un peso sul cuore; e dato che il Signore non gli aveva ordinato di comunicare il terribile messaggio, rimase zitto cercando di evitare la presenza di Eli. Tremava al pensiero di essere chiamato a rivelare i giudizi divini sanciti contro colui che amava e riveriva. Eli, d’altra parte, sicuro che quel messaggio annunciasse qualche grave calamità per lui e la sua casa, chiamò Samuele chiedendogli di riferigli fedelmente ciò che il Signore gli aveva rivelato. Il giovane ubbidì, e il vecchio s’inchinò accettando umilmente la spaventosa sentenza: “...Egli è l’Eterno” disse “faccia quello che gli parrà bene”. 1 Samuele 3:18.PP 491.2

    Eli, comunque, non manifestò di essersi realmente pentito: pur confessando la sua colpa, non rinunciò al peccato, e il Signore ritardava anno dopo anno i suoi giudizi di condanna. In quel tempo occorreva dimostrare con gesti precisi di voler riscattare il passato, ma l’anziano sacerdote non prese nessun provvedimento concreto verso chi profanava il santuario del Signore e trascinava Israele alla rovina. Hofni e Fineas, approfittando della tolleranza divina, si abbandonarono a peccati ancora più evidenti e i loro cuori divennero sempre più insensibili. Eli, sperando di neutralizzare in qualche modo il male che la sua trascuratezza aveva provocato nel passato, fece conoscere a tutta la nazione il messaggio di avvertimento e rimprovero che aveva ricevuto. Ma sia i sacerdoti sia il popolo non vi prestarono attenzione. Le popolazioni vicine, che erano al corrente dei crimini perpetrati apertamente in Israele, si abbandonarono ancora di più alle loro malvage pratiche idolatriche. Non si sentivano colpevoli per i loro peccati a causa del comportamento degli israeliti. Il giorno della resa dei conti si stava avvicinando. L’autorità di Dio era stata messa da parte, il suo culto trascurato e disprezzato; era dunque necessario che Egli intervenisse per difendere il suo nome e il suo onore.PP 491.3

    “Or Israele uscì contro i Filistei per dar battaglia, e si accampò presso Eben-Ezer; i Filistei erano accampati presso Afek”. 1 Samuele 4:1. Questa spedizione era stata organizzata dagli israeliti senza ricercare né il consiglio di Dio né l’accordo del sommo sacerdote o del profeta. “I Filistei si schierarono in battaglia in faccia ad Israele; e, impegnatosi il combattimento, Israele fu sconfitto dai Filistei, che uccisero sul campo di battaglia circa quattromila uomini”. 1 Samuele 4:2. Quando i vinti, decimati e scoraggiati, tornarono al loro accampamento, “...gli anziani d’Israele dissero: Perché l’Eterno ci ha Egli oggi sconfitti davanti ai Filistei?...” 1 Samuele 4:3. I loro nemici erano degni di essere colpiti dal giudizio divino, ma gli israeliti non capivano che la causa di quel terribile disastro erano i loro peccati, e dissero: “Andiamo a prendere a Sciloh l’arca del patto dell’Eterno, e venga essa in mezzo a noi e ci salvi dalle mani de’ nostri nemici”. 1 Samuele 4:3. Il Signore non aveva dato né l’ordine né il permesso di portare insieme all’esercito l’arca, ma essi confidavano di ottenere la vittoria, e quando l’arca fu portata nel campo dai figli di Eli proruppero in un gran grido.PP 491.4

    Per i filistei il Dio d’Israele si identificava con l’arca, al cui potere venivano attribuite tutte le opere potenti che l’Eterno aveva compiuto per il suo popolo. Quando gli israeliti con grida di gioia si avvicinarono a loro, dissero: “...Che significano queste grandi grida nel campo degli Ebrei?...”. 1 Samuele 4:6. Ben presto seppero che era arrivata nell’accampamento l’arca dell’Eterno; ebbero paura, perché dicevano: “...Guai a noi! Perché non era così nei giorni passati. Guai a noi! Chi ci salverà dalle mani di questi dèi potenti? Questi son gli dèi che colpiron gli Egiziani d’ogni sorta di piaghe nel deserto. Siate forti, Filistei, e comportatevi da uomini, onde non abbiate a diventare schiavi degli Ebrei, com’essi sono stati schiavi vostri! Conducetevi da uomini, e combattete”. 1 Samuele 4:8, 9.PP 492.1

    I filistei assalirono con violenza gli israeliti e li sconfissero provocando una carneficina. Trentamila uomini caddero sul campo, l’arca di Dio fu presa, e i due figli di Eli rimasero uccisi durante il combattimento per difenderla. Veniva così scritta un’altra pagina della storia che avrebbe ricordato ai posteri che le azioni malvage di un popolo che si professa fedele a Dio non rimangono impunite. Anzi, coloro che conoscono meglio la volontà di Dio, vengono puniti più severamente per i loro peccati.PP 492.2

    Gli israeliti ora erano stati colpiti dalla peggiore delle calamità: l’arca di Dio era stata presa ed era in mano ai nemici. Privi del simbolo della presenza e della potenza dell’Eterno, gli israeliti non erano più accompagnati dalla gloria divina. Le straordinarie manifestazioni della verità e della potenza divine erano legate a questo arredo sacro, tanto che nel passato appena esso appariva erano state conseguite vittorie miracolose. Sovrastata dalle ali dei cherubini d’oro, sull’arca, che si trovava nel luogo santissimo, si manifestava l’indicibile gloria della Shekinah, il simbolo visibile dell’Altissimo. Ma questa volta l’arca non aveva portato alla vittoria, non aveva protetto nessuno, e in Israele serpeggiava il malcontento.PP 492.3

    Non avevano capito che, avendo perso la potenza divina, la loro fede era solo formale. La legge di Dio, contenuta nell’arca, era simbolo della sua presenza, ma gli israeliti ne avevano disprezzato i princìpi e i comandamenti, contristando lo Spirito Santo. Quando il popolo ubbidiva ai precetti sacri Dio lo accompagnava con la sua potenza divina; ma quando gli israeliti fissavano la loro attenzione solo sull’arca, dimenticando che essa rappresentava Dio, e disubbidivano alla sua legge disonorandola, l’arca diventava per loro una semplice cassa. Essi la considerarono proprio come i popoli idolatri considerano i propri dèi, come se possedesse in sé il potere di salvarli. Il culto che rendevano all’arca li portò al formalismo, all’ipocrisia e all’idolatria. I loro peccati, la trasgressione della legge contenuta nell’arca stessa li avevano separati da Dio, e finché essi non si fossero pentiti e avessero chiesto il perdono delle loro azioni malvage, Egli non avrebbe potuto accordare loro la vittoria.PP 493.1

    Non era sufficiente che l’arca e il santuario si trovassero nel territorio d’Israele; non era sufficiente che i sacerdoti offrissero dei sacrifici, che gli israeliti venissero chiamati figli di Dio. Il Signore non considera le richieste di coloro che nel loro intimo tollerano l’iniquità; infatti è scritto: “Se uno volge altrove gli orecchi per non udire la legge la sua stessa preghiera è un abominio”. Proverbi 28:9.PP 493.2

    Quando iniziò la battaglia Eli, ormai vecchio e cieco, era rimasto a Sciloh, dove attendeva di conoscere il risultato del conflitto, animato da tristi presagi e “...gli tremava il cuore per l’arca di Dio”. 1 Samuele 6:13. Seduto lungo la strada davanti alla porta del santuario, giorno dopo giorno aspettava con ansia un messaggero proveniente dal campo di battaglia.PP 493.3

    Alla fine “un uomo di Beniamino, fuggito dal campo di battaglia, giunse correndo a Sciloh quel medesimo giorno con le vesti stracciate e la testa coperta di terra”. 1 Samuele 6:12. Senza fare attenzione a quell’uomo anziano seduto lungo la strada, arrivò in città dove con dolore annunciò la grave sconfitta.PP 493.4

    Eli sentì le grida e i lamenti che provenivano dalla città, e quando il messaggero venne condotto da lui, gli disse: “Israele è fuggito dinanzi ai Filistei, e v’è stata una grande strage fra il popolo; anche i tuoi due figliuoli Hofni e Fineas sono morti...”. 1 Samuele 6:17. Eli sopportò questa terribile notizia, che comunque si aspettava di ricevere, ma quando il messaggero aggiunse: “L’arca di Dio è stata presa” sul suo volto si dipinse un’angoscia indicibile. L’idea che il suo peccato avesse disonorato Dio al punto da privare Israele della presenza divina, era per lui insopportabile. Eli svenne, e cadendo “si ruppe la nuca e morì”. Cfr. 1 Samuele 6:18.PP 493.5

    La moglie di Fineas era una donna che nonostante l’empietà del marito temeva l’Eterno. Ma la morte del suocero e del marito, e soprattutto la terribile notizia della cattura dell’arca di Dio, provocarono anche la sua morte. Comprendendo che l’ultima speranza d’Israele era svanita, in fin di vita chiamò il figlio appena nato Icabod, cioè “inglorioso” e ripeté tristemente ancora una volta: “...La gloria ha esulato da Israele, perché l’arca di Dio era stata presa”. 1 Samuele 4:21.PP 494.1

    Il Signore non abbandonò completamente gli israeliti. Essi non sarebbero stati offesi a lungo dall’esultanza dei pagani. Colui che si era servito dei filistei per punire Israele, ora impiegava l’arca per punire loro. Quel Dio che nel passato aveva rivelato la sua presenza attraverso l’arca, dando forza e gloria al suo popolo ubbidiente, ora avrebbe seminato il terrore e la distruzione fra i trasgressori della sua santa legge.PP 494.2

    Spesso il Signore utilizza i suoi peggiori nemici per punire l’infedeltà di coloro che si professano suo popolo. Punito Israele, i malvagi potevano momentaneamente trionfare, ma sarebbe giunto il momento in cui avrebbero dovuto confrontarsi con il giudizio di un Dio santo che odia il peccato. Ovunque ci si abbandona all’iniquità, giunge rapido e sicuro il giudizio divino.PP 494.3

    I filistei, trionfanti, trasportarono l’arca ad Asdod, una delle cinque città principali, e la posero nella casa del loro dio Dagon immaginando che il potere che precedentemente aveva accompagnato l’arca fosse a loro disposizione, e che unito a quello di Dagon, li avrebbe resi invincibili. Il giorno dopo, entrando nel tempio, videro uno spettacolo che li gettò nella costernazione. Dagon era caduto con la faccia a terra davanti all’arca dell’Eterno.PP 494.4

    I sacerdoti allora sollevarono con timore l’idolo e lo rimisero al suo posto. Ma l’indomani lo trovarono stranamente mutilato e disteso a terra davanti all’arca. La parte superiore di questo idolo, che aveva sembianze umane, si era infranta, mentre la parte inferiore, che aveva l’aspetto di un pesce, era rimasta inalterata. I sacerdoti e il popolo, spaventati, interpretarono questo evento misterioso come un presagio della fine di loro stessi e dei loro idoli per opera del Dio degli ebrei. Allontanarono quindi l’arca dal loro tempio, mettendola in un edificio isolato.PP 494.5

    Gli abitanti di Asdod, dove l’arca era stata sistemata, furono colpiti da una piaga mortale e dolorosa che ricordava quelle con cui il Dio d’Israele aveva colpito l’Egitto. I filistei, allora, attribuirono il flagello alla presenza dell’arca, che fu trasportata a Gath; ma la piaga la seguì, e gli uomini di quella città portarono l’arca a Ekron, dove la gente quando la vide, gridò terrorizzata: “...Hanno trasportato l’arca dell’Iddio d’Israele da noi, per far morire noi e il nostro popolo”. 1 Samuele 4:10. Allora invocarono, come aveva già fatto la gente di Gath e Asdod, la protezione dei loro dèi, ma la piaga distruttrice non si fermava e “le grida della città salivano sino al cielo”. Cfr. 1 Samuele 4:12. Non volendo più lasciare l’arca presso i centri abitati, i filistei la posero all’aperto, in un campo. Ma di là si sviluppò un’epidemia diffusa dai topi che infestò il paese, rovinando il raccolto sia nei magazzini sia nei campi. La malattia e la carestia minacciavano di distruggere la nazione.PP 494.6

    Durante i sette mesi in cui l’arca rimase tra i filistei, gli israeliti non fecero nulla per recuperarla; furono proprio i filistei che con lo stesso desiderio con cui si erano impossessati dell’arca, vollero disfarsene. Invece di rappresentare una forza in loro favore, l’arca si era dimostrata una grave maledizione. Non sapendo come comportarsi, il popolo convocò i prìncipi della nazione, i sacerdoti e i maghi per domandare loro con impazienza: “...Che faremo dell’arca dell’Eterno? Insegnateci il modo di rimandarla al suo luogo”. 1 Samuele 4:2. Secondo i sacerdoti bisognava restituirla insieme a una preziosa offerta di riparazione. Essi infatti dissero: “...Allora guarirete, e così saprete perché la sua mano non abbia cessato d’aggravarsi su voi”. 1 Samuele 4:3.PP 495.1

    Anticamente per scongiurare o eliminare l’epidemia i pagani avevano l’abitudine di fondere oggetti d’oro, d’argento o di altro materiale che rappresentasse la causa del flagello o una parte del corpo che ne era stata particolarmente affetta. Questa abitudine esiste ancora in qualche popolo pagano: quando una persona soffre per qualche malattia va al tempio del suo idolo per curarsi, portando un’immagine della parte colpita che presenta in offerta al suo dio. Secondo questa superstizione, molto diffusa in Palestina, i capi invitarono la gente a farsi immagini delle piaghe che l’avevano colpita. “...Cinque emorroidi d’oro e cinque topi d’oro, secondo il numero de’ principi dei Filistei; giacché” dissero “una stessa piaga ha colpito voi e i vostri prìncipi”. 1 Samuele 4:4.PP 495.2

    Pur riconoscendo che un potere misterioso accompagnava l’arca, non consigliarono al popolo di abbandonare l’idolatria per servire l’Eterno, perché sapevano che non potevano controllarlo. Per quanto fossero stati obbligati da quei castighi a sottomettersi all’autorità del Dio d’Israele, lo odiavano ancora. Allo stesso modo è possibile che i peccatori siano convinti, in base ai giudizi divini, che sia inutile opporsi a Dio e che sia necessario sottomettersi al suo potere, ma nel loro intimo si ribellano al suo controllo. Una tale sottomissione non può salvare il peccatore; il suo cuore deve essere conquistato dalla grazia divina, ed egli, prima che il suo pentimento venga accettato, deve abbandonarsi a Dio.PP 495.3

    Quanto è grande la pazienza di Dio nei confronti del malvagio! Sia i filistei idolatri sia gli apostati avevano goduto delle sue benedizioni. Le migliaia di occasioni in cui Dio aveva elargito la sua misericordia, attraverso cui avrebbero potuto riconoscerlo, furono dimenticate da uomini ingrati e ribelli che rimasero indifferenti al suo amore. Dio si era dimostrato molto paziente, ma quando con ostinazione quegli uomini continuarono a non dimostrare nessun desiderio di pentirsi, Egli li privò della sua protezione. Fu costretto a rivelarsi attraverso i suoi giudizi perché gli uomini avevano rifiutato di ascoltarlo attraverso il creato e di prestare attenzione agli avvertimenti, ai consigli e ai rimproveri della sua Parola.PP 496.1

    Tra i filistei ve ne erano alcuni pronti a opporsi alla restituzione dell’arca; era umiliante per loro, pieni di orgoglio, riconoscere il potere del Dio d’Israele. I sacerdoti e gli indovini dissero: “E perché indurereste il cuor vostro come gli Egiziani e Faraone indurarono il cuor loro?...” (1 Samuele 4:6), invitando il popolo a non procurarsi altri problemi. Così il piano proposto ottenne un consenso unanime e fu immediatamente attuato. Per evitare ogni pericolo di contaminazione l’arca fu posta su un carro nuovo insieme all’oro dell’offerta di riparazione. Al carro vennero attaccate due mucche che non avevano mai portato un giogo, a differenza dei loro vitelli, e furono lasciate andare dove preferivano. Se l’arca fosse tornata dagli israeliti per la strada di Beth-Scemesh, la più vicina città levita, i leviti l’avrebbero considerata una prova del fatto che era stato il Dio d’Israele a punirli: “...Se no” dissero “sapremo che non la sua mano ci ha percossi, ma che questo ci è avvenuto per caso”. 1 Samuele 4:9.PP 496.2

    Appena le mucche furono libere, muggendo, presero la strada che le avrebbe portate direttamente a Beth-Scemesh, da cui passarono con il prezioso carico indenne, senza che nessun uomo le guidasse. Dio proteggeva l’arca con la sua presenza.PP 496.3

    In quel tempo il grano era maturo e gli uomini di Beth-Scemesh stavano mietendo nella valle, “...e alzando gli occhi videro l’arca, e si rallegrarono vedendola. Il carro giunto al campo di Giosuè di Beth-Scemesh, vi si fermò. C’era quivi una gran pietra; essi spaccarono il legname del carro, e offrirono le vacche in olocausto all’Eterno”. 1 Samuele 4:13, 14. I prìncipi filistei, che avevano seguito l’arca “sino ai confini di Beth-Scemesh”, dopo aver constatato che l’arca era stata ripresa tornarono a Ekron. Si erano convinti che le calamità che li avevano colpiti non erano altro che un giudizio del Dio d’Israele, perché la piaga era cessata.PP 496.4

    Rapidamente gli uomini di Beth-Scemesh diffusero la notizia del ritorno dell’arca mentre la gente dei paesi vicini si affollava per salutarla. Davanti al masso sul quale venne posta, che era servito poco prima come altare, vennero offerti ulteriori sacrifici all’Eterno. Se gli israeliti si fossero pentiti dei loro peccati, Dio li avrebbe benedetti; ma in realtà non ubbidivano alla sua legge, perché mentre si rallegravano salutando il ritorno dell’arca come un messaggero di buone notizie, non avevano il senso della sua sacralità; e invece di preparare un luogo adeguato per accoglierla, la lasciarono in mezzo ai campi da mietere. Mentre continuavano a contemplare l’arredo sacro e a parlare del modo meraviglioso con cui era stato restituito, cominciarono a fare congetture circa il suo potere magico. Alla fine, sopraffatti dalla curiosità, rimossero il coperchio tentando di aprire l’arca.PP 497.1

    A tutti gli israeliti era stato insegnato di considerare l’arca con timore e rispetto. Ai leviti era proibito guardarvi dentro anche quando occorreva trasportarla da un posto a un altro. Solo il sommo sacerdote poteva guardare all’interno e solo una volta l’anno. Neanche i filistei, che erano pagani, avevano avuto il coraggio di sollevarne il coperchio. Angeli invisibili proteggevano l’arredo sacro durante tutti i suoi spostamenti. L’irriverenza della gente di Beth-Scemesh fu subito punita: molti di loro morirono improvvisamente. Questo castigo portò i sopravvissuti a considerare l’arca con timore superstizioso senza suscitare in loro alcun pentimento. Impazienti di liberarsene, gli abitanti di Beth-Scemesh, che non avevano il coraggio di spostarla, inviarono un messaggio a Kiriath-Jearim invitando gli abitanti a portarla via. La gente di quel luogo salutò l’arredo sacro con grande gioia. Sapevano che essa costituiva la garanzia del favore divino, e con gioia solenne portarono l’arca nella propria città ponendola nella casa di Abinadab, un levita che nominò suo figlio Eleazar custode dell’arca, dove sarebbe rimasta per molti anni.PP 497.2

    Dopo che Dio si era manifestato a Samuele, la vocazione del figlio di Anna come profeta fu riconosciuta dall’intera nazione.PP 497.3

    Comunicando coraggiosamente il doloroso e penoso avvertimento di Dio alla casa di Eli, Samuele aveva dimostrato la sua fedeltà come messaggero del Signore; “...e l’Eterno era con lui e non lasciò cadere a terra alcuna delle parole di lui. Tutto Israele, da Dan fino a Beer-Sceba, riconobbe che Samuele era stabilito profeta dell’Eterno”. 1 Samuele 3:19, 20.PP 497.4

    Intanto gli israeliti rimasero sotto il giogo dei filistei per la loro idolatria. In questo periodo Samuele visitò le città e i villaggi del paese cercando di riavvicinare il popolo al Dio dei loro padri; i suoi sforzi non furono infruttuosi e Israele, dopo vent’anni di oppressione, “sospirava, anelando all’Eterno”. Cfr. 1 Samuele 7:2. Il consiglio di Samuele per il popolo era questo: “...Tornate all’Eterno con tutto il vostro cuore, togliete di mezzo a voi gli dèi stranieri e gli idoli di Astarte, volgete risolutamente il cuor vostro verso l’Eterno, e servite a lui solo”. 1 Samuele 7:3.PP 497.5

    Da queste parole si può constatare che al tempo di Samuele veniva insegnata quella religiosità pratica su cui il Cristo insistette quando venne sulla terra. Senza la grazia di Dio, le forme della religione sono prive di valore sia per gli antichi israeliti sia per l’Israele moderno. Oggi, come allora, bisogna che ci sia un risveglio per la vera religione. Tutti coloro che vorrebbero tornare a Dio devono prima di tutto pentirsi. Dobbiamo umiliarci personalmente davanti a Dio, eliminando i nostri idoli, perché nessuno lo può fare per un altro. E quando avremo fatto tutto ciò che è necessario, il Signore ci manifesterà la sua salvezza.PP 498.1

    Con la collaborazione dei capi delle tribù, a Mitspa venne organizzato un grande incontro e il popolo, con profonda umiliazione, digiunò e confessò i propri peccati. Inoltre, come prova della decisione di ubbidire alle istruzioni ricevute, conferì a Samuele l’autorità di giudice.PP 498.2

    I filistei, interpretando quell’assemblea come un consiglio di guerra, pensarono di mobilitare ingenti forze per disperdere gli ebrei e sventare i loro piani; e quando gli israeliti vennero a conoscenza del fatto si fecero prendere dal panico e supplicarono Samuele, dicendogli: “...Non cessare di gridar per noi all’Eterno, all’Iddio nostro, affinché ci liberi dalle mani dei Filistei”. 1 Samuele 7:8.PP 498.3

    Quando Samuele stava per presentare un agnello in sacrificio, e i filistei si stavano avvicinando per la battaglia, l’Onnipotente che era disceso sul Sinai in mezzo al fuoco, al fumo e ai tuoni, che aveva diviso il mar Rosso, e tracciato una strada nel Giordano per i figli d’Israele, manifestò nuovamente la sua potenza. Mentre l’esercito avanzava scoppiò una terribile tempesta che disseminò i corpi dei forti guerrieri un po’ ovunque.PP 498.4

    Quando gli israeliti, che avevano atteso in un riverente silenzio, animati da timore e speranza, videro quel massacro, riconobbero che Dio aveva accettato il loro pentimento. Sebbene fossero impreparati alla battaglia si impadronirono delle armi dei filistei uccisi e inseguirono l’esercito in fuga sino a Beth-Car. Questa schiacciante vittoria fu riportata nello stesso luogo in cui venti anni prima gli israeliti erano stati battuti dai filistei, i sacerdoti uccisi e l’arca di Dio catturata. Sia per le nazioni sia per gli individui, ubbidire a Dio significa salvezza e felicità, mentre la trasgressione conduce al disastro e alla sconfitta. I filistei furono soggiogati a tal punto che abbandonarono le fortezze che avevano conquistato in Israele, e per molti anni non intrapresero azioni di ostilità. Altri popoli seguirono il loro esempio e finché Samuele rimase il loro capo assoluto, gli israeliti vissero in pace.PP 498.5

    Affinché quell’avvenimento non fosse dimenticato, Samuele eresse tra Mitspa e Shen una grande pietra che doveva costituire un memoriale, che chiamò Eben-Ezer, “la pietra del soccorso”, dicendo al popolo: “Fin qui l’Eterno ci ha soccorsi”. Cfr. 1 Samuele 7:12.PP 499.1

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