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Patriarchi e profeti

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    Capitolo 70: Il regno di Davide

    Non appena Davide divenne di fatto re d’Israele, cominciò a cercare un posto più adatto per la capitale del suo regno, che fu individuato a una trentina di chilometri da Hebron. Prima che Giosuè avesse guidato le schiere degli israeliti oltre il Giordano questo luogo si chiamava Salem. Non era distante dal luogo in cui Abramo aveva dimostrato la sua lealtà a Dio e, ottocento anni prima dell’incoronazione di Davide, era stato la dimora di Melchisedec, il sacerdote dell’Altissimo. Era in una posizione centrale, rispetto al paese, e protetto sia per l’altezza sia per le colline circostanti. Essendo sul confine tra Beniamino e Giuda, era molto vicino a Efraim, facilmente accessibile per le altre tribù.PP 589.1

    Per assicurarsi questo posto, gli ebrei dovevano però cacciare quella parte dei cananei che aveva una fortezza sulle montagne di Moriah e di Sion. I gebusei, così si chiamavano gli abitanti della fortezza, da secoli consideravano la loro città inespugnabile. Ma gli ebrei assediarono e presero la città; alla loro guida c’era Joab che come riconoscimento del suo valore, fu nominato generale dell’esercito d’Israele. Gebus divenne così la capitale nazionale e il suo nome fu poi cambiato in Gerusalemme.PP 589.2

    Hiram, re della ricca città di Tiro, posta sul mar Mediterraneo, aiutò Davide nell’opera di costruzione di un palazzo a Gerusalemme perché cercava di allearsi con il re d’Israele. Così da Tiro partirono ambasciatori accompagnati da architetti e operai, insieme a una lunga carovana di legno pregiato, alberi di cedro e altro materiale di valore.PP 589.3

    La crescente potenza d’Israele, dovuta all’unificazione sotto il re Davide, alla conquista della roccaforte di Gebus e all’alleanza con Hiram, re di Tiro, costituiva un motivo di preoccupazione per i filistei che decisero di invadere nuovamente il paese con ingenti forze, prendendo posizione nella valle di Refaim non lontano da Gerusalemme. Davide si ritirò con i suoi uomini nella fortezza di Sion in attesa di direttive divine. “Allora Davide consultò l’Eterno, dicendo: Salirò io contro i Filistei? Me li darai tu nelle mani? L’Eterno rispose a Davide: Sali perché certamente io darò i Filistei nelle tue mani”. 2 Samuele 5:19.PP 589.4

    Davide avanzò subito contro il nemico, sconfiggendolo e annientandolo, prendendo gli idoli che avevano con loro per assicurarsi la vittoria. Esasperati dall’umiliazione della sconfitta, i filistei raccolsero forze più ingenti per riprendere il conflitto, e ancora una volta “si sparsero nella valle di Refaim”. 2 Samuele 5:18. Davide cercò di nuovo il Signore, e il grande IO SONO prese la direzione delle schiere d’Israele, e dette al re questo messaggio: “Non salire; gira alle loro spalle, e giungerai su loro dirimpetto ai Gelsi. E quando udrai un rumor di passi tra le vette de’ gelsi, lanciati subito all’attacco, perché allora l’Eterno marcerà alla tua testa per sconfiggere l’esercito dei filistei”. 2 Samuele 5:23, 24. Se Davide, come Saul, avesse deciso da solo non avrebbe conseguito un successo, invece seguì gli ordini del Signore, “e gl’israeliti sconfissero l’esercito dei Filistei da Gabaon a Ghezer. E la fama di Davide si sparse per tutti i paesi, e l’Eterno fece sì ch’egli incutesse spavento a tutte le genti”. 1 Cronache 14:16, 17.PP 589.5

    Ora che Davide era stato riconosciuto definitivamente re, e aveva liberato il paese dal pericolo delle invasioni nemiche, cercò di realizzare un proposito che aveva molto a cuore: portare l’arca a Gerusalemme. Per molti anni l’arca era rimasta a Kiriath-Jearim, che distava un quindicina di chilometri dalla capitale, che così sarebbe stata onorata dalla presenza divina.PP 590.1

    Davide convocò 30.000 capi d’Israele per realizzare un’imponente celebrazione a cui il popolo rispose con allegrezza. Il sommo sacerdote, gli altri uomini addetti al rituale, i prìncipi e i capi delle tribù si radunarono a Kiriath-Jearim. Davide era profondamente animato da un sacro zelo e l’arca lasciò la casa di Abinadab, su di un carro nuovo tirato da buoi, mentre due figli dell’ebreo le stavano accanto.PP 590.2

    Gli israeliti si unirono con esultanza, canti e grida di gioia: migliaia di voci accompagnavano le melodie degli strumenti musicali; “Davide e tutta la casa d’Israele sonavano dinanzi all’Eterno ogni sorta di strumenti di legno di cipresso, e cetre, salteri, timpani, sistri e cembali”. 2 Samuele 6:5. Molto tempo era passato dall’ultima volta in cui gli israeliti avevano espresso simili manifestazioni di trionfo. Con solennità, la grande processione percorreva su e giù le colline e le valli che circondavano la città santa.PP 590.3

    “Come furon giunti all’aia di Nacon, Uzza stese la mano verso l’arca di Dio e la tenne, perché i buoi la facevano piegare. E l’ira dell’Eterno s’accese contro Uzza; Iddio lo colpí quivi per la sua temerità, ed ei morì in quel luogo presso l’arca di Dio”. 2 Samuele 6:6, 7. Il terrore, improvvisamente, si impadronì di quella folla gioiosa. Davide, meravigliato e notevolmente preoccupato, mise in dubbio nel suo intimo la giustizia di Dio: ora che stava cercando di onorare l’arca, il simbolo della presenza divina, perché quel giudizio terribile aveva trasformato la gioia in dolore e lamento? Pensando che non sarebbe stato sicuro tenere l’arca, Davide decise di lasciarla dov’era, mettendola nella vicina casa di Obed-Edon di Gath.PP 590.4

    La sorte di Uzza era stata decisa dalla violazione di uno degli ordini più espliciti. Tramite Mosè, il Signore aveva dato istruzioni precise circa il trasporto dell’arca. A parte i sacerdoti, i discendenti di Aronne, nessuno poteva toccarla o perfino guardarla quando non era coperta. Questo era l’ordine divino: “...I figliuoli di Kehath verranno per portare quelle cose; ma non toccheranno le cose sante, che non abbiano a morire”. Numeri 4:15. I sacerdoti dovevano coprire l’arca, e i figliuoli di Kehath dovevano sollevarla per le stanghe poste in anelli laterali che non dovevano essere rimosse. I carri e i buoi erano stati dati da Mosè ai gersoniti e ai meratiti, che si dovevano occupare del trasporto delle tende, delle tavole e dei pilastri del tabernacolo. “...Ma ai figliuoli di Kehath non ne diede punti, perché avevano il servizio degli oggetti sacri e dovevano portarli sulle spalle”. Numeri 7:9. Era evidente che la maniera con cui l’arca era stata portata da Kiriath-Jearim era dovuta a una mancanza inescusabile nei confronti delle direttive divine.PP 591.1

    Davide e il popolo si erano riuniti per compiere un’opera sacra, che avevano iniziato motivati da gioia e buona volontà; ma il Signore non poteva accettare quel servizio perché non era in armonia con le sue direttive. Quando i filistei resero l’arca agli israeliti caricandola su di un carro, il Signore accettò lo sforzo fatto perché non conoscevano la legge di Dio. Ma gli israeliti disonorarono Dio per aver trascurato quelle indicazioni che potevano conoscere dettagliatamente. Uzza aveva peccato di presunzione. L’aver trasgredito la legge di Dio aveva indebolito il suo senso del sacro ed egli, a causa dei peccati non confessati, sfidando il divieto divino, toccò il simbolo della presenza di Dio. L’Eterno, che non può accettare un’ubbidienza parziale, con il castigo che colpì Uzza volle imprimere nella mente degli israeliti l’importanza di prestare attenzione alle sue richieste. Così la morte di un uomo, conducendo il popolo al pentimento, avrebbe evitato la perdita di migliaia di altri.PP 591.2

    In seguito alla morte di Uzza, Davide, comprendendo di non essere completamente in regola con Dio, e pensando che qualche suo peccato gli avrebbe potuto attirare i castighi divini, ebbe timore dell’arca. Ma Obed-Edom, sia pur con tremore salutò il sacro simbolo come segno del favore di Dio per la sua ubbidienza. Ora l’attenzione d’Israele era rivolta verso quell’uomo di Gath e la sua famiglia per vedere cosa gli sarebbe capitato. “...E l’Eterno benedisse Obed-Edom e tutta la sua casa”. 2 Samuele 6:11. Il castigo divino ebbe effetto anche su Davide: comprese, come mai prima, la sacralità della legge di Dio e la necessità di una fedele ubbidienza ad essa. Inoltre le benedizioni di cui godette la casa di Obed-Edom indussero Davide a sperare che l’arca avrebbe potuto costituire una benedizione per lui e per il popolo.PP 591.3

    Dopo tre mesi il re decise di fare un altro tentativo per rimuovere l’arca, preoccupandosi di ubbidire nei particolari alle direttive dell’Eterno. I capi della nazione furono nuovamente convocati e una vasta folla si riunì intorno alla dimora dell’uomo di Gath. Con riverenza l’arca fu posta sulle spalle di uomini che Dio aveva scelto e la folla formò un corteo e iniziò quella vasta processione con sentimenti di riverenza. Dopo sei passi le trombe suonavano l’alt e dietro ordine di Davide si immolava un sacrificio “un bue e un vitello grasso”. 2 Samuele 6:13. Alla paura si era sostituita la gioia. Il re si era tolto gli abiti regali e si era messo un semplice efod di lino come un sacerdote qualsiasi. Con questo egli non intendeva assumere le funzioni sacerdotali, perché a volte l’efod era indossato anche da chi non era sacerdote. Ma in questo sacro servizio egli si voleva considerare davanti a Dio uguale ai suoi sudditi. Da quel giorno solo l’Eterno sarebbe stato adorato, solo lui avrebbe ricevuto manifestazioni di rispetto e riverenza.PP 592.1

    Poi, il lungo corteo si spostò, la musica dell’arpa, del corno, della tromba, dei cembali si levò verso il cielo fondendosi con le melodie di molte voci. “E Davide danzava a tutta forza davanti all’Eterno” (2 Samuele 6:14), con gioia, al ritmo delle canzoni.PP 592.2

    Il fatto che Davide danzasse con gioia riverente davanti all’Eterno viene spesso ricordato dagli amanti del piacere per giustificare le danze moderne ma non vi è nessun elemento che permetta di giustificare queste argomentazioni. Nel nostro tempo danzare significa far baldoria sino a tarda ora, darsi alla pazza gioia, sacrificare sull’altare del piacere la salute e la morale. Chi frequenta le sale da ballo non prova rispetto per il Signore anzi, neanche pensa a lui; le preghiere e i canti di lode sono esclusi da quei locali. Nessun divertimento che tenda a indebolire l’amore per il sacro e la gioia al servizio di Dio dovrebbe essere ricercato dai cristiani. La musica e la danza eseguite durante il trasferimento dell’arca, espressione della gioiosa lode al Signore, non hanno nulla a che vedere con la moderna danza caratterizzata dalla dissolutezza. Mentre l’una tende a ricordare Dio ed esaltarne il nome, l’altra è un inganno di Satana che fa dimenticare Dio e lo disonora.PP 592.3

    La processione trionfante si avvicinò alla capitale seguendo il sacro simbolo del Re invisibile. Con canti si chiese alle sentinelle che le porte della città santa venissero spalancate: “O porte, alzate i vostri capi; e voi, porte eterne, alzatevi; e il Re di gloria entrerà”. Un altro gruppo replicava con musica e canti: “Chi è questo Re di gloria?” Da un’altra parte veniva la risposta: “È l’Eterno, forte e potente, l’Eterno potente in battaglia”. Allora migliaia di voci si unirono elevando con forza questo canto trionfale: “O porte, alzate i vostri capi; alzatevi, o porte eterne, e il Re di gloria entrerà”. Di nuovo si udì una richiesta espressa con gioia: “Chi è questo Re di gloria?” e con un fragore simile a quello del mare si sentì la risposta entusiastica: “E l’Eterno degli eserciti; egli è il Re di gloria”. Salmi 24:7-10.PP 592.4

    Una volta aperte le porte, la processione entrò e l’arca venne deposta con riverenza e timore nella tenda che era stata appositamente preparata. Davanti a quella tenda sacra vennero eretti degli altari per i sacrifici e il fumo delle offerte di ringraziamento e dei sacrifici si elevò al cielo insieme alle nubi di incenso con le lodi e le preghiere d’Israele. Alla fine del servizio il re pronunciò personalmente una benedizione sul suo popolo. Solo allora distribuì con generosità doni in cibo e vino per il ristoro.PP 593.1

    In questo servizio, che costituiva la celebrazione più sacra che aveva caratterizzato il regno di Davide, ogni tribù era stata rappresentata. Lo Spirito divino aveva ispirato il re e ora, che gli ultimi raggi del crepuscolo lambivano il suolo con una luce santificata, l’animo del sovrano si rivolse con gratitudine a Dio, perché il simbolo benedetto della sua presenza era così vicino al trono d’Israele.PP 593.2

    Davide, con l’anima rivolta a realtà spirituali, si diresse verso il suo palazzo “per benedire la sua famiglia”. 2 Samuele 6:20. Ma qualcuno aveva assistito a quella manifestazione gioiosa con uno spirito molto diverso da quello che aveva animato Davide. “Come l’arca dell’Eterno entrava nella città di Davide, Mical, figliuola di Saul, guardò dalla finestra; e vedendo il re Davide che saltava e danzava dinanzi all’Eterno lo disprezzò in cuor suo”. 2 Samuele 6:16. L’amarezza l’aveva resa così impaziente da non aspettare neanche il ritorno di Davide al palazzo e gli andò incontro contraccambiando il suo gentile saluto con un torrente di parole amare che nascondevano un’ironia astuta e tagliente: “...Bell’onore s’è fatto oggi il re d’Israele a scoprirsi davanti agli occhi delle serve de’ suoi servi, come si scoprirebbe un uom da nulla!” 2 Samuele 6:20.PP 593.3

    Davide comprendendo che Mical stava disprezzando e disonorando il servizio di Dio, le rispose severamente: “L’ho fatto dinanzi all’Eterno che m’ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi principe d’Israele, del popolo dell’Eterno; sì, dinanzi all’Eterno ho fatto festa. Anzi mi abbasserò anche più di cosi, e mi renderò abietto agli occhi miei; eppure, da quelle serve di cui tu parli, proprio da loro, io sarò onorato!” 2 Samuele 6:21, 22. Al rimprovero di Davide si aggiunse quello del Signore: per il suo orgoglio e la sua arroganza Mical “non ebbe figliuoli fino al giorno della sua morte”. 2 Samuele 6:23.PP 593.4

    Le cerimonie solenni che avevano accompagnato il trasferimento dell’arca avevano notevolmente impressionato il popolo d’Israele, risvegliando un profondo interesse per il servizio del santuario e riaccendendo l’antico zelo per l’Eterno. Davide si impegnò con ogni mezzo per rinsaldare questi sentimenti. Il canto divenne una parte del culto e Davide compose salmi non solo per i sacerdoti e per il servizio sacro, ma anche per il popolo affinchè li cantasse durante il viaggio in occasione delle feste annuali nazionali. Quest’opera di riforma preservò il popolo dall’idolatria. Molte nazioni vicine, rendendosi conto della prosperità d’Israele, furono indotte ad apprezzare il Dio d’Israele che aveva fatto opere così grandi per il suo popolo.PP 594.1

    Il tabernacolo costruito da Mosè era a Ghibea, insieme agli altri arredi sacri esclusa l’arca, ma Davide voleva fare di Gerusalemme il centro religioso della nazione. Aveva eretto un palazzo per sé e sentiva che non era bene che l’arca di Dio rimanesse sotto una tenda. Decise quindi di costruire un tempio che esprimesse l’apprezzamento d’Israele per l’onore concesso dalla presenza dell’Eterno, loro Dio. Comunicò allora quest’idea al profeta Nathan, ricevendo questa risposta incoraggiante: “Va’, fa’ tutto quello che hai in cuore di fare, poiché l’Eterno è teco”. 2 Samuele 7:3.PP 594.2

    Ma quella stessa notte l’Eterno rivolse a Nathan un messaggio per il re. Anche se Dio assicurava il suo favore a lui, alla sua prosperità e al regno d’Israele, Davide non poteva più avere il privilegio di costruire una casa per l’Eterno. “Così dice l’Eterno degli eserciti: Io ti presi dall’ovile di dietro alle pecore, perché fu fossi il principe d’Israele, mio popolo; e sono stato teco dovunque sei andato, ho sterminato dinanzi a te tutti i tuoi nemici, e ho reso il tuo nome grande come quello dei grandi che son sulla terra; ho assegnato un posto a Israele, mio popolo, e ve l’ho piantato perché abiti in casa sua e non sia più agitato, ne seguitino gl’iniqui ad opprimerlo come prima”. 2 Samuele 7:8-10.PP 594.3

    Dato che Davide aveva desiderato costruire una casa per il Signore, aveva ricevuto questa promessa: “L’Eterno t’annunzia che ti fonderà una casa... io innalzerò al trono dopo di te la tua progenie... il figlio che arà uscito dalle tue viscere edificherà una casa al mio nome, ed io renderò stabile in perpetuo il trono del suo regno”. 2 Samuele 7:11-13. La ragione per cui Davide non poteva costruire il tempio fu annunciata con queste parole: “Tu hai sparso molto sangue, e hai fatto di gran guerre; tu non edificherai una casa al mio nome... Ma ecco, ti nascerà un figliuolo, che sarà uomo tranquillo, e io gli darò quiete, liberandolo da tutti i miei nemici d’ogni intorno. Salomone sarà il suo nome; e io darò pace e tranquillità a Israele, durante la vita di lui. Egli edificherà una casa al mio nome”. 1 Cronache 22:8-10.PP 594.4

    Per quanto quel caro progetto a lungo accarezzato fosse stato negato, Davide accettò il messaggio con gratitudine, esclamando: “Chi son io, o Signore, o Eterno, e che è la mia casa, che tu m’abbia fatto arrivare fino a questo punto? E questo è parso ancora poca cosa agli occhi tuoi, o Signore, o Eterno; e tu hai parlato anche della casa del tuo servo per un lontano avvenire” (2 Samuele 7:18, 19) e così rinnovò il patto con Dio.PP 595.1

    Davide sapeva che compiere l’opera che pensava di realizzare avrebbe assicurato onore al suo nome e gloria al suo governo, ma egli era pronto a sottomettere la sua volontà a quella di Dio. Questa grata rassegnazione si nota raramente anche tra i cristiani. Spesso coloro che non hanno più la forza di un tempo si aggrappano alla speranza di compiere grandi opere a cui tengono, senza essere idonei a realizzarle! Dio nella sua provvidenza si può rivolgere a loro, come un suo profeta si rivolse a Davide, dichiarando che l’opera che essi desiderano compiere non è affidata a loro, e che sono chiamati a fare in modo che un altro la compia. Ma invece di sottomettersi con gratitudine alle direttive divine, molti si ritirano sentendosi disprezzati e respinti, pensando che se non possono fare ciò che desiderano, non potranno fare nulla. Molti si aggrappano con la forza della disperazione a responsabilità che non possono portare e invano si sforzano di compiere un’opera per la quale non sono all’altezza mentre ciò che essi potrebbero fare rimane trascurato. E siccome essi non collaborano in ciò che dovrebbero, l’opera di evangelizzazione è nel suo complesso ostacolata se non vanificata.PP 595.2

    Davide, nel patto fatto a Gionathan aveva promesso che quando non sarebbe più stato attaccato dai nemici si sarebbe mostrato benevolo nei confronti della casa di Saul. E ora che aveva raggiunto uno stato di benessere, ricordandosi del patto fece un’indagine, chiedendo: “C’è ancora qualcuno della casa di Saul, al quale possa fare del bene per amore di Gionathan?” 2 Samuele 9:1. Gli fu riferito di un figlio di Gionathan, Mefibosheth, storpio sin da bambino. Al tempo della sconfitta di Saul da parte dei filistei a Jezreel, la balia di questo bambino, tentando di fuggire con lui, lo fece cadere, condannandolo per tutta la vita a essere zoppo. Davide allora convocò il giovane a corte ricevendolo con grande cordialità. I beni di Saul furono restituiti a lui per il mantenimento della sua famiglia; e il figlio di Gionathan venne invitato a essere sempre ospite del re e a sedersi ogni giorno alla tavola reale. Sebbene i nemici di Davide avessero alimentato in Mefibosheth un forte pregiudizio nei confronti del re, tanto da farlo considerare un usurpatore, l’accoglienza generosa e cortese del re e le sue continue gentilezze conquistarono il cuore del giovane, ed egli si affezionò molto a Davide; e come il padre Gionathan, sentì che i suoi interessi coincidevano con quelli del re scelto da Dio.PP 595.3

    Dopo l’incoronazione di Davide, la nazione d’Israele beneficiò di un lungo periodo di pace. I popoli vicini, vedendo la forza e l’unità del regno, pensarono che fosse prudente evitare di attaccarlo apertamente. E Davide, occupato nell’organizzazione e nel consolidamento del regno, non portò avanti guerre di offesa. Alla fine, comunque, attaccò i vecchi nemici d’Israele, i filistei e i moabiti, vincendoli e assoggettandoli.PP 596.1

    Ma ora, contro il regno di Davide, si era formata una vasta coalizione tra le nazioni circostanti, che avrebbe provocato guerre ma anche vittorie importanti e un sensibile aumento della potenza del regno d’Israele. Questa alleanza ostile, che in realtà era sorta per la gelosia della crescente potenza di Davide, non era stata affatto provocata da lui. Ecco le circostanze che condussero a questi fatti.PP 596.2

    La notizia della morte di Nahash, re degli ammoniti, che aveva aiutato Davide fuggiasco davanti all’ira di Saul, era giunta a Gerusalemme. Davide, desiderando esprimere il suo apprezzamento per i favori che gli erano stati concessi durante quel periodo della sua vita, inviò ambasciatori a Hanun, figlio e successore del re ammonita, con un messaggio di amicizia: “...Io voglio usare verso Hanun, figliuolo di Nahash, la benevolenza che suo padre usò verso di me”. 2 Samuele 10:2.PP 596.3

    Ma l’atto di cortesia fu frainteso. Gli ammoniti odiavano il vero Dio ed erano i più acerrimi nemici d’Israele. L’apparente benevolenza di Nahash nei confronti di Davide era stata suscitata solamente dall’ostilità nei confronti di Saul, re d’Israele. Anche il messaggio di Davide fu male interpretato dai consiglieri di Hanun che “dissero ad Hanun loro signore: Credi tu che Davide t’abbia mandato dei consolatori per onorar tuo padre? Non ha egli piuttosto mandato da te i suoi servi per esplorare la città, per spiarla e distruggerla?” 2 Samuele 10:3. Ascoltando il suggerimento dei consiglieri, Nahash, mezzo secolo prima aveva sottoposto a condizioni crudeli il popolo di Jabesh-Gilead che assediato dagli ammoniti, chiedeva di stipulare la pace. Nahash aveva chiesto di togliere tutti gli occhi destri e gli ammoniti ricordavano ancora chiaramente come il re d’Israele avesse sventato il loro disegno crudele, salvando la gente umiliata e mutilata. Quell’odio per Israele li animava ancora; essi non potevano neanche immaginare lo spirito di generosità che aveva ispirato il messaggio di Davide. Quando Satana controlla la mente suscita l’invidia e il sospetto, che disconosce anche le migliori intenzioni. Hanun ascoltò i suoi consiglieri e quindi considerò i messi di Davide delle spie, coprendoli di scherni e insulti. I propositi malvagi degli ammoniti erano stati manifestati senza alcun freno, in modo che Davide potesse conoscere il loro vero carattere. Dio non voleva che Israele si alleasse con questo popolo pagano e traditore.PP 596.4

    Anticamente, come del resto anche oggi, l’ambasciatore era sacro. Una legge universale gli assicurava protezione dalla violenza personale o dagli insulti. Poiché l’ambasciatore è un rappresentante del sovrano che lo ha inviato, qualunque torto subìto richiedeva una pronta ritorsione.PP 597.1

    Gli ammoniti, sapendo che l’insulto fatto a Israele sarebbe stato sicuramente vendicato, si prepararono alla guerra. “I figliuoli di Ammon videro che s’erano attirati l’odio di Davide; e Hanun e gli Ammoniti mandarono mille talenti d’argento per prendere al loro soldo dei carri e dei cavalieri presso i Siri di Mesopotamia e presso i Siri di Maaca e di Tsoba. E presero al loro soldo trentaduemila carri... e i figliuoli di Ammon si raunarono dalle loro città, per andare a combattere”. 1 Cronache 19:6, 7.PP 597.2

    Era un’alleanza davvero formidabile. Gli abitanti delle regioni che si trovavano tra il fiume Eufrate e il mar Mediterraneo si erano uniti agli ammoniti. A nord e a est della terra di Canaan nemici armati si erano raccolti per schiacciare il regno d’Israele.PP 597.3

    Gli ebrei non attesero che il loro paese venisse invaso. Le loro forze guidate da Joab attraversarono il Giordano e avanzarono verso la capitale degli ammoniti. Quando il capitano d’Israele guidò l’esercito verso il campo di battaglia cercò di incoraggiarlo al combattimento dicendo: “Dimostriamoci forti per il nostro popolo e per le città del nostro Dio; e faccia l’Eterno quello che a lui piacerà”. 1 Cronache 19:13. Al primo scontro le forze coalizzate furono sopraffatte, ma ciò non bastò per far loro abbandonare l’idea di un conflitto, e l’anno dopo la guerra si riaccese. Il re di Siria raccolse le sue forze minacciando Israele con un esercito immenso. Davide, sapendo quanto fosse importante l’esito di quel conflitto, partecipò personalmente alla battaglia e con la benedizione divina inflisse agli alleati una sconfitta così disastrosa che i siri dal Libano all’Eufrate, non solo non attaccarono più, ma divennero tributari d’Israele. Davide attaccò gli ammoniti finché le loro roccaforti furono espugnate e l’intera regione cadde sotto il dominio d’Israele.PP 597.4

    I pericoli che avevano minacciato la nazione e la totale distruzione verificatasi attraverso la provvidenza di Dio permetteva a Israele di elevarsi verso una grandezza senza precedenti. In ricordo di questa grande liberazione, Davide cantò: “Vive l’Eterno! Sia benedetta la mia rocca! E sia esaltato l’Iddio della mia salvezza! L’Iddio che fa la mia vendetta e mi sottomette i popoli, che mi scampa dai miei nemici. Sì, tu mi sollevi sopra i miei avversari, mi riscuoti dall’uomo violento. Perciò, o Eterno, ti loderò tra le nazioni, e salmeggerò al tuo nome. Grandi liberazioni egli accorda al suo re, ed usa benignità verso il suo unto, verso Davide e la sua progenie in perpetuo”. Salmi 18:46-50.PP 598.1

    Attraverso i canti di Davide nel popolo s’impresse l’idea che l’Eterno era la loro forza e il loro liberatore: “Il re non è salvato per grandezza d’esercito: il prode non scampa per la sua gran forza. Il cavallo è cosa fallace per salvare; esso non può liberare alcuno col suo gran vigore”. Salmi 33:16, 17. “Tu sei il mio re, o Dio, ordina la salvezza di Giacobbe! Con te noi abbatteremo i nostri nemici, nel tuo nome calpesteremo quelli che si levan contro a noi. Poiché non è nel mio arco che io confido, e non è la mia spada che mi salverà; ma sei tu che ci salvi dai nostri nemici e rendi confusi quelli che ci odiano”. Salmi 44:4-7.PP 598.2

    “Gli uni confidano in carri, e gli altri in cavalli; ma noi ricorderemo il nome dell’Eterno, dell’Iddio nostro. Salmi 20:7.PP 598.3

    Il regno d’Israele aveva ora raggiunto l’estensione promessa ad Abramo e in seguito ripetuta a Mosè: “Io do alla tua progenie questo paese, dal fiume d’Egitto al gran fiume, il fiume Eufrate”. Genesi 15:18. Israele era diventata una nazione potente, temuta e rispettata dai popoli vicini. L’autorità di Davide nel suo regno era diventata molto grande. Egli controllava, come pochi sovrani, i sentimenti e la fedeltà del suo popolo. Aveva onorato Dio e ora il Signore lo stava onorando. Ma nella prosperità si nasconde il pericolo. Con il trionfo più grande Davide si trovò ad affrontare il maggior pericolo: lo attendeva la sconfitta più umiliante.PP 598.4

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